Il cielo sulla Provenza
Ricevuto da Marina la copertina del suo ultimo, nel senso di più recente, libro: “Il Cielo sulla Provenza”.
Circa un anno fa, sul newsgroup “Leggere” di Yahoo, ho scambiato con Marina e con altri iscritti al gruppo una serie di e-mail sulla percezione dell'altro da noi, sui rapporti umani e su come questi possono essere influenzati dalla virtualità della comunicazione elettronica. Dopo aver letto le note in quarta di copertina sono davvero curioso di sapere quanto di quello che ha scritto e letto allora si è riversato nel libro.
Dalle note di copertina del libro:
La scomparsa di un pittore e le misteriose e-mail di un serial Killer sono i fili conduttori di un romanzo che indaga sulla psicologia femminile e sul senso della comunicazione nell'era del web.
La Marina oltre a scrivere viaggia molto. Scrivere e viaggiare sembrano essere per lei attività complementari. In questo senso le foto che mi ha inviato, fatte sotto il cielo della Provenza, non sono semplicemente appunti del suo lungo lavoro di documentazione, ma sono tracce del suo percorso di scrittura
A volte basta una spintarella. Ricevo e volentieri pubblico questa mail di Marina:
“ebbè, ancora un pezzettino. ma non vorrei essere noiosa.
L'inizio, era l'aprile del 2002 e camminavamo lungo le mura di
Antibes, quelle lunghe mura che cingono la città dal mare.
e' lì che è nata l'idea del libro e proprio guardando la casa che vi
mando in foto (che è diventata nella mia mente la casa di uno dei
personaggi)
il romanzo, iniziato durante quel viaggio, è stato scritto nell'arco
di qualche mese ma poi, come sempre faccio, l'ho lasciato riposare e
ho messo mano ad altri per riprenderlo solo dopo un congruo
intervallo e pubblicarlo qualche mese fa
bye
marina”
Un primo commento da Cristina:
Come un po’ mi aspettavo, Marina non ci ha illuminati granché o l’ha fatto in altro modo, evitando accuratamente
la parola: neanche una in più, teme persino di annoiarci (ma Marina!) dimenticando forse che siamo qui proprio per questo:
per farci inondare dalle parole degli altri. A questo punto potrei cominciare a temere seriamente io soprattutto di essere
la noia stessa vestita di parole, che orrore Non farmi questo danno, Marina, ti prego!
Mi viene da pensare a Calvino che ultimamente sto riscoprendo in maniera totalmente diversa e molto bella devo dire
(prima o poi ve ne parlerò), penso alle sue parole nell’introduzione di Palomar, a mio parere libro geniale, e la sua
riluttanza a parlare dei suoi libri o a parlarne, riferendosi però a quelli non ancora scritti, interessante! Sembra
strano, ma forse è abbastanza vero: in un libro ‘compiuto’ c’è già tutto: l’autore, il perché della sua scrittura, il
prima e forse anche il dopo. Non ci resta che leggerlo.
Dice Calvino: Mi si potrà chiedere perché invece di parlare del libro che ho scritto, parlo di quello che non ho scritto
e che con questo non ha niente a che fare. Ma forse uno non può parlare del proprio libro (che non dovrebbe richiedere
altre parole da parte dell’autore) se non ‘in negativo’, parlando dei progetti di libri che sono stati scartati per
giungere a questo.
Chissà se è una sensazione condivisa con altri E naturalmente Calvino non si preoccupava non credo lo facesse nemmeno
di esprimersi diversamente, ad es. attraverso immagini; lui che da giovane aveva avuto una forte amicizia con l’immagine,
i comics di una volta e i giornaletti, un’educazione vera e propria. Ma Marina l’ha fatto ed è meglio così. Anche le
immagini dicono molto.
Conosco la Provenza, è la nostalgia d’oltralpe di mare e sole. Per greci e italiani del sud e delle isole, l’unico mare
possibile, l’unico sole possibile è il loro tutto si estremizza nella natura e si traduce in carattere. Invece la
Provenza sembra essere la forza tranquilla della mitezza che è riuscita a piegare i rigori di un inverno troppo freddo e
di un’estate che altrove fa saltare le arterie. E’ l’incarnazione della misura e della temperanza.
Belle le immagini, emanano un senso di quiete e di armonia: la casa ha indubbiamente un suo carattere molto specifico,
i girasoli s’inchinano alla luce e sembrano i fiori più modesti di questo mondo...
Ho fatto un po’ fatica ad associarci una crime story, ma sicuramente è uno stereotipo profondamente radicato nelle
nostre menti di lettori che vogliono che l’assassino esca solo di notte, nel buio o nella nebbia; banalità estrema che
continua a convincere. Ma un crimine si può commettere anche alla luce del sole con lame affilate che luccicano
sinistramente e tagliano con precisione chirurgica; oppure in fondo al proprio (mal)essere, in un luogo di oscurità
interiore col sereno ‘ingannevole’ fuori che faccia da sfondo, ma solo per dare risalto al buio pesto dentro.
Mi sarebbe piaciuto provarmi in un esperimento di questo genere (quest’ultimo), ma ammesso che ci fosse la capacità -
credo che la mia impazienza potrebbe reggere solo il racconto breve, non andrei oltre. Chissà cosa verrebbe fuori
Cristina
Con capacità quasi profetiche Cristina descrive la Provenza come un
luogo di temperanza, un luogo che incarna "la forza tranquilla della
mitezza". In realtà nel libro la Provenza non è solo paesaggio, ma ha
anche un valore di simbolo e viene contrapposta ad altre realtà meno
ospitali e protettive per l'uomo come i territori del Tibet(dove
appunto scompare il pittore).
In questo momento sono stremata da alcune presentazioni che ho fatto
in questi giorni dove ho dovuto per forza parlare e da un'influenza
che mi incretinisce)
abbiate pazienza (ma non sperate che passata l'influenza ragionerò
molto meglio)
a presto e complimenti a cris per la sfera di cristallo :))
marina
a sorpresa l'influenza se n'è andata velocissima e io approfitto del
ritrovato benessere per aggiungere qualcosa a quanto dicevo ieri. Le
storie sono diverse e tra loro intrecciate. c'è il pittore scomparso,
il serial
killer, ci sono storie che corrono anche sul web. ma il tema che
funge da collante è quello della comunicazione, anzi della difficoltà
di comunicare; un caos comunicativo per cui non comunichiamo con chi
vorremmo (arriviamo
fino a un certo punto, poi ci viene sbattuta una porta in faccia)
oppure ci frastorniamo di pseudocomunicazioni, Però poi la narrazione
si allarga e si fa affresco di comportamenti sociali(ci sono ad
esempio parecchie figure di Peter Pan, anche al femminile, che mi
sembrano all'interno della nostra società un fenomeno abbastanza
significativo)
marina
Sfera di cristallo io? Peccato che da tempo non ne azzecco più una sola buona, le cattive invece tutte! Se questa volta
ha funzionato, forse dovrò ricredermi. Dunque non era influenza, ma malessere dovuto all’onerosità delle presentazioni,
meglio no? Vuol dire che ne avevi di cose da dire e che il pubblico ti ha stimolato in questa direzione. A proposito,
ma tu che sei nel ‘circuito’, dimmi pere favore se in questo la pensi come me: ad un crescendo di presentazioni
(in giro ce n’è un’infinità) non corrisponde un crescendo analogo di lettori, tutt’altro. Un mondo che non legge e non
si problematizza come fa a crescere? Il peterpanismo con tutto ciò che ne consegue (per prima cosa deresponsabilizzazione)
non è più roba principalmente da uomini, ahimé attacca tutti ormai, uomini e donne, ed è una delle malattie più diffuse
del nostro tempo. La difficoltà di comunicare pur con la crescita esponenziale delle modalità per farlo ne è un’altra,
aggravata o aggravante la precedente. Si ha la sensazione di comunicare, ma raramente lo si fa veramente e ancor meno lo
si vuole fare, poiché questo comporterebbe il rischio/ responsabilità del confronto vero e di tante altre cose che lo
comportano e che lo seguono; in realtà ci si ritrova ancora con la propria solitudine intatta che s’è soltanto incrociata
con l’altrui solitudine. Nella virtualità il problema s’aggrava ulteriormente col gioco dell’illusione che si rinnova fin
a quando non ha di che alimentarsi e allora muore, ma lasciando dietro cadaveri veri, e questo è un brutto guaio...
Per questo appunto il medium computer accompagnato da ignoranza e immaturità, proprio come nell’infanzia, può essere
davvero micidiale.
Mi colpisce molto questa cosa che dici, mi sembra gravissima, terribile: ‘...non comunichiamo con chi vorremmo, arriviamo
fino a un certo punto, poi ci viene sbattuta una porta in faccia.’ Con chi vorremmo comunicare e che ne è stato di questa
volontà? Com’è possibile volere comunicare e non riuscire a farlo? Non sarà forse mancata volontà e quindi involontà?
Oppure l’incapacità è determinata da altro o da entrambe le cose? Vale in ogni situazione, reale o virtuale. Non è però
un problema nuovo, ha tormentato l’umanità da oltre mezzo secolo e s’è aggravato ulteriormente con i nuovi contesti
sociali, culturali, di costume ecc. Argomento enorme...
Spostarsi poi dal piano personale a quello collettivo e trarne delle conclusioni, mi sembra difficilissimo, un vero compito
da sociologo. Ma nella complessità di oggi, è già tanto arrivare anche ad una sola piccola verità... e senza neanche pensa!
- la comodità di una sfera di cristallo!
A presto dunque, non ci sono più scuse!
Cristina
ok, una foto(che è un po' una risposta a Cris...) :))
marina
Nota speciale per feticisti dell'informatica e serial killer: l'immagine di fondo è un'elaborazione grafica basata sulla riproduzione di una delle funzioni dello scheduler del sacro codice sorgente del kernell 2.4 di Linux